AULULARIA
La pentola d'oro

di Plauto | regia Luca Micheletti


" In un giorno soltanto scavavo dieci buche. Adesso sono stanco. Adesso dormirò."

AULULARIA
La pentola d'oro

da Tito Maccio Plauto

regia e drammaturgia Luca Micheletti

con Adolfo Micheletti  Euclione
e con (in o. a.)
Alessandro Balducci  Megadoro / Liconide
Marcella Romei  Stafila
Valter Schiavone  Strobilo / Prologo

spazio e costumi Luca Micheletti
luci e suono Fabrizio Ballini
assistente alla regia Claudia Scaravonati
elettricista e fonico Stefano Bonetti
realizzazione scene Alessandro Andreoli
realizzazione costumi Alessandra Bini
foto di scena Francesca Danzini

produzione Compagnia teatrale I GUITTI

 

È tra le commedie più famose del grande commediografo latino, indiscusso capolavoro del teatro classico, tra i più imitati nel corso dei secoli. Protagonista è il vecchio Euclione, avaro e misantropo, che, scavando nella sua abitazione, rinviene una pentola colma d’oro, e da quel momento è terrorizzato che gli venga rubata; per scongiurare tale pericolo, egli «si logora la salute e il cervello», sospettando dei servi e di chiunque si avvicini alla sua casa. Quando l’attempato vicino Megadoro si dimostra disposto a sposare la giovane figlia di Euclione (Fedria) anche senza dote, l’avaro accetta, ma comincia presto a sospettare che la richiesta di matrimonio abbia per fine il progetto di sottrargli la pentola. Mentre i cuochi inviati dal futuro sposo, e impegnati nei preparativi per le nozze, entrano ed escono dalla sua porta carichi di vivande, diventano per lui ladri potenziali, i cui movimenti gli sembrano furtivi e scaltri. Fra accessi d’ira e di sconforto, egli decide allora di spostare la pentola e di seppellirla nel santuario della Buona Fede. La serva Stàfila fa sapere, nel frattempo, che queste nozze sono assai difficili da farsi, poiché Fedria è incinta del giovane Liconide, nipote dello stesso Megadoro: confessando allo zio di aver giaciuto con la ragazza, ottenebrato dai fumi dell’alcol, Liconide ottiene che egli rinunci al matrimonio: Liconide stesso è intenzionato a chiedere la mano di Fedria. Strobilo, un servo di Liconide, che aveva visto Euclione sotterrare il tesoro, decide di rubarlo e il vecchio avaro allora esplode in una comicissima disperazione: tutto il mondo è ladro! L’ossessione dell’avarizia è l’occasione, per Plauto, d’indagare le risibili debolezze degli esseri umani. Ma, alla fine, il caos si ricompone, e anche Euclione s’accorge che il denaro, da solo, non fa la felicità. Ma Aulularia non è solo una commedia "a tema" sul carattere dell'avaro: è anche un'occasione per riflettere intorno alla brama di possesso e alle contraddittorie ripercussioni sociali della questione della proprietà privata. C'è chi, la ricchezza, la ostenta, e chi invece la tiene nascosta spacciandosi per povero (ed "evadendo il fisco"), c'è chi non ha un soldo e s'arrangia masticando amaro, e chi non accetta l'ingiustizia e crede nel furto come paradossale "riequilibratore" sociale... Le diverse evoluzioni e i passaggi di mano in mano della pentola d'oro, in buona sostanza, possono essere osservati come una metafora dei complessi rapporti che regolano la distribuzione dei beni fra gli uomini, delle meschinità cui spesso danno corso e dell'insicurezza morale che sta dietro l'antica dicotomia tra "avere" ed "essere".


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