ROSMERSHOLM
Il gioco della confessione

di Henrik Ibsen | regia Luca Micheletti


"Io volevo prender parte al movimento dei tempi. Vivere nello spirito delle nuove idee…"

ROSMERSHOLM
Il gioco della confessione

monodramma a due voci
di Henrik Ibsen
riduzione Massimo Castri
da un'idea di e con Federica Fracassi e Luca Micheletti

regia Luca Micheletti

musiche Henry Cow, Jeff Greike, Emmerich Kálmán
luci Fabrizio Ballini
suono Nicola Ragni
assistente alla regia Francesco Martucci
sarta Alessandra Bini
foto Luca Condorelli, Giuseppe Distefano, Manuela Giusto

produzione Teatro Franco Parenti
in collaborazione con Compagnia Teatrale I GUITTI
sotto l'Alto Patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia
e con il sostegno di Innovation Norway

    

 

Sguardi critici:

«Un duello di anime senza esclusione di colpi… Ed è encomiabile l'approccio di astrazione concreta, di sospensione fra realtà e incubo, che la messinscena sortisce, con Fracassi e Micheletti, più che bravi»     G. Distefano, Sipario.it

«I due straordinari protagonisti della rappresentazione sono Federica Fracassi e Luca Micheletti, che nella recitazione accorata toccano punte d'assoluto pathos, sovente lancinanti»     S. Donatelli, Corrieredellospettacolo.net

«Fracassi e Micheletti realizzano un giusto equilibrio fantasmatico, con una tragicommedia macabra dove i destini s'abbinano… Centrando una chiave matura, pacata»     R. Di Giammarco, Robinson

«Il pastore Rosmer e Rebekka West impersonati magistralmente dall'attore e regista della pièce Luca Micheletti e da Federica Fracassi… Un grande incubo, in una storia di fantasmi egregiamente allestita e rappresentata. Un modo straordinario di portare alla luce un testo»     A. Neroni, Persinsala.it

«Con grande meraviglia i due attori Luca Micheletti e Federica Fracassi riescono a donare in maniera entusiasmante… Ineccepibile l'interpretazione dei due comédien»       M.F. Stancapiano, Scenacritica.it

«Luca Micheletti e Federica Fracassi recitano con eleganza, alla maniera novecentesca… Una corsa eccitante e sadica»     G. Di Donfrancesco, Culturalmente.it

«Lo spettacolo dimostra chiaramente come un approccio contemporaneo possa convivere perfettamente con la ricostruzione filologica più rigorosa: il risultato è la sensazione non tanto di assistere quanto di compartecipare… senza che spazio o tempo contino più fino all'ultimo spegnersi delle luci»     C. Pandolfino, Tempi-moderni.net

 

Rosmersholm è il dramma dell’inazione, del presente svuotato, dei fantasmi che vincono sui viventi. È luogo dell’anima e castello dei destini incrociati.
È un horror in forma di seduta psicanalitica: forse il più palpitante “copione del terrore” uscito dalla penna di Ibsen. 
Rebekka West (futuro oggetto dello studio di Freud e di Groddeck), donna nascostamente passionale e libera pensatrice apparente, prende servizio a casa del pastore Rosmer, espressione e vittima al contempo di un ordine aristocratico chiuso in se stesso, governato da ferree leggi morali e forse addirittura soprannaturali: “i bambini a Rosmersholm non ridono mai…”.
A partire dal contrasto tra queste due Weltanschauungen – che includono dialettiche spirituali, politiche, carnali – si sviluppa il desiderio che unisce i due protagonisti. Proibito e rimosso, questo desiderio condurrà a conseguenze nefaste, tra cui la più concreta e al tempo stesso simbolica è il suicidio di Beate, la moglie di Rosmer, che indotta a sospettare l’anelito del marito a una vita diversa, si getta nella gora del mulino.


“Mentre stiamo sviluppando un progetto ibseniano che avrà come esito principale la messinscena di Peer Gynt (Suite n.1), arriviamo a esplorare Rosmersholm, animati da una peculiare attrazione per la sua oscura materia. Se nel giovane Ibsen la lotta per la ricerca di se stessi prende la forma esplicita di una cruda fantasia iniziatica e soprannaturale, un dramma della maturità come Rosmersholm inietta l’astrazione sottopelle, la confina nei sogni, anzi negli incubi di Rebekka e Rosmer: incarnazioni simboliche di due estremi opposti che finiscono per confondersi e annientarsi.
Massimo Castri sintetizzò: “uno scontro tra due astrazioni che non tien conto del concreto storico (il capitalismo che produce da un lato repressione istintuale e dall'altro ideologia). Tra due astratti non può esserci dialettica. Non possono produrre che morte; e la loro tragedia è tale solo fino a un certo punto, è tragicommedia”. Fu proprio Castri a concepire questa "tragicommedia” come un dispositivo teatrale in forma di monodramma a due voci. Scegliamo di far rivivere il suo copione, rianimando il mostro bicefalo che ha immaginato ormai decenni fa, in un nuovo ring senza esclusione di colpi che è anche una camera di tortura delle parole, alla ricerca impossibile di quella verità che al teatro è negata per statuto, da sempre e per sempre”.
Federica Fracassi e Luca Micheletti


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